Sapiens – Da animali a dèi di Yuval Noah Harari è un libro potente, uno di quelli che chi si fa domande deve leggere. E non (solo) perché l’autore propone delle risposte, ma perché ragiona e accompagna il lettore in un viaggio lungo come la storia dell’uomo.

Quanto è lungo questo viaggio? Il libro inizia spiegando che “creature molto simili agli umani moderni erano presenti sulla terra già 2.5 milioni di anni fa”: se si tenta per un momento di abbracciare un arco temporale simile la testa inizia a girare lievemente, come quando in una notte senza luna ci si sdraia su un prato per scrutare l’immensità del cielo sopra di noi.  Ma è davvero “sopra” ciò che vediamo quando guardiamo il cielo? Ecco, questo è lo spirito che pervade il libro, capace di mettere in discussione certezze che non ci rendiamo nemmeno conto di avere.

Già durante l’introduzione la voce narrante inizia a seminare dubbi nella testa di chi legge: queste creature primitive vivevano in gruppi, dove un osservatore avrebbe potuto distinguere madri apprensive prendersi cura della prole, adolescenti sbruffoni che mettevano in discussione le convenzioni sociali, maschi adulti che procacciavano il cibo, anziani stanchi che volevano solo essere lasciati in pace.

Ma “non c’era niente di speciale in loro”. Le stesse cose le facevano i babbuini, gli scimpanzé e gli elefanti.

Come, non c’era niente di speciale?
E come potevano queste creature essere molto simili a noi, che dominiamo il mondo grazie all’intelletto, che solchiamo mari cieli e le profondità dello spazio, unica razza intelligente nell’universo conosciuto in grado di produrre cultura e arte?

Ecco, questa è più o meno la prima domanda che Harari si è posto, e cui tenta di dare risposta esplorando il passato dell’uomo per capire cosa è l’uomo.

La prima risposta che egli dà è che, se siamo arrivati al livello di sviluppo culturale che adesso ci sembra scontato, è perché siamo riusciti a salire tre gradini: la rivoluzione cognitiva, la rivoluzione agricola e la rivoluzione scientifica. L’ultima è relativamente recente, si parla di 500 anni fa – vi ricordate Galileo? – ma la prima risale a circa settantamila anni fa, quando gli umani erano in giro per il pianeta da più di due milioni di anni. A quanto pare si tratta di un gradino piuttosto alto.
Provo a pensare a quanto sono lunghi settantamila anni… niente, sempre la stessa sensazione di vuoto siderale.

Proprio la rivoluzione cognitiva è l’inizio dell’esplorazione di Harari attraverso le nebbie del tempo, in una ricerca che sembra voler dare un senso più compiuto alla parola “ancestrale”. È un narratore di grande cultura, in grado di esporre eventi di grande complessità in modo semplice; ma proprio nel momento in cui sembra aver dipanato la matassa di un argomento, ecco che con la destrezza di un prestigiatore tira fuori dal cappello la domanda che infilza la parte meno nitida del proprio stesso ragionamento: ed il processo ricomincia.
Da ogni domanda ne discendono altre più specifiche e talvolta solo apparentemente scontate, in un processo di dissezione continuamente a metà tra il metodo dello scienziato, che ricostruisce gli avvenimenti sulla base delle informazioni disponibili, e quello del filosofo che invece ha l’ambizione di capire il motivo, il senso che quegli avvenimenti hanno. Un’impresa titanica, che l’autore sembra compiere quasi senza sforzo e anche in questo sta la grandezza dell’opera.

Il libro di Harari è una bibbia laica, una ricerca dell’anima dell’uomo: questa anima non è un soffio vitale imposto da Dio ma la stratificazione culturale e cognitiva che attraverso le generazioni ha forgiato ciò che oggi chiamiamo “umanità”. È l’anima che l’uomo stesso si è dato durante il lunghissimo cammino verso la propria elevazione a re del mondo. Anche se poi, come tutti i sovrani della storia, ha sentito il bisogno di trovare legittimazione da qualcuno di ancora più grande e alto per giustificare moralmente il proprio potere illimitato.

La religione infatti occupa di diritto un posto importante nel filo narrativo, ed è uno degli argomenti su cui Harari dipana alcuni dei passaggi più affascinanti, mettendo in relazione l’evoluzione delle religioni con lo sviluppo culturale e politico delle società umane. La sua trattazione evidenzia gli elementi di affinità, o di attrito, del credo religioso con la realtà storica del momento, ed espone in modo semplice alcuni elementi di contatto – o di totale incompatibilità – tra religioni che si basano su fondamenti filosofici diversi. Anche qui, senza preoccuparsi di compiacere i convincimenti del lettore ma solo il suo intelletto.

Prendiamo ad esempio questo brano, che confronta le credenze monoteistiche con quelle di stampo dualistico analizzando il problema dell’esistenza del male:

“Innegabile resta comunque il fatto che per i monoteisti è difficile trattare il problema del male.

Per i dualisti il motivo per cui le cose cattive accadono anche alla brava gente dipende dal fatto che il mondo non è sotto l’egida di un dio che tutto sa, tutto può e che è completamente buono. Libero di vagare per il mondo c’è anche un potere malefico indipendente. Ed è questo potere a compiere le cose cattive. La concezione dualista ha degli inconvenienti. Certo, essa offre una soluzione molto semplice al problema del male, ma è intaccata dal problema dell’ordine. Se al mondo esistono due poteri contrapposti, uno buono e l’altro malvagio, chi decreta, allora, le leggi che regolano la lotta fra i due?  […]

Viceversa, i monoteisti possono spiegare piuttosto facilmente il problema dell’ordine, ma non quello del male. C’è solo una via logica per risolvere il dilemma: sostenere che esiste un singolo Dio onnipotente creatore dell’intero universo – e che esso è un Dio malvagio. Però nessuno, nella storia, ha avuto abbastanza coraggio da accettare questo dogma.”

 

Tante risposte mancano ancora: in compenso, le domande sono tra le migliori che si possano chiedere in una vita. Una vita umana, perlomeno.

Ho una gran voglia di andare a vedere un cielo stellato e pensare che non sto guardando verso l’alto ma verso il basso. E provare un brivido ancora più forte del solito.

 

 

 

 

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